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CORAGGIO, LEALTÀ E CAVALLERIA di Silvana De Mari

silvana de mari Oct 09, 2021

La messa in moto, mettersi a lavorare, a studiare, a scrivere,  è sempre difficile. È sempre stato difficile cominciare ed è diventato difficilissimo in epoca di computer, lussuosamente attaccati a una rete internet, rete che ha una vera e propria funzione di ladro del tempo. Se perdiamo dei quattrini potremmo forse guadagnarne degli altri. Nulla può ridarci il tempo perduto. Da un punto di vista religioso il tempo è un dono di Dio, quindi la perdita di tempo e uno di vizi capitali: si chiama ignavia.

Quante sono le ore che abbiamo passato davanti allo schermo durante la giornata? A causa della “pandemia”, abbiamo avuto una digitalizzazione, vale a dire una sciagura. Uno studente che studi con libri, quaderni e penne non è sottoposto alla continua tentazione di andare a vedere qualcosa su YouTube, se non su You porn o andare a fare un solitario. Ambedue le situazioni ci forniscono una piccola scarica di dopamina dalla quale nostro cervello impara a diventare dipendente.

Un buon trucco per uscire da tutto questo è  la tecnica dei cinque minuti. Normalmente noi diciamo: guardo questo video oppure faccio questo solitario per cinque minuti poi mi metto a lavorare. Il video e il solitario ci danno una scarica di dopamina, e il nostro cervello ne cerca altre  guardando altri video o facendo altri solitari. Alla fine scopriamo che abbiamo sprecato quaranta minuti oppure quattro ore. Invertiamo lo schema. Diciamo al nostro cervello: adesso lavoro per cinque minuti. Il cervello odia lavorare, odia prendere decisioni ma per cinque minuti potrebbe anche farlo. Nel momento in cui ci mettiamo a lavorare, a studiare, a scrivere,  cominciamo a concentrarci e allora è il nostro lavoro che ci dà qualche scarica di dopamina, meno pirotecnica di quella fornita da video oppure da solitari, ma sempre dopamina è. Quindi continuiamo a lavorare. Per poter andare avanti senza nessuna sensazione di stanchezza, un buon trucco è di nuovo ricorrere ai cinque minuti: promettiamo al nostro cervello che gli daremo cinque minuti di tregua ogni ora di lavoro.

Ho il problema di essere nata pigra e con l’età non sono migliorata, ma col trucco dei cinque minuti riesco a fare qualcosa. Questo mi rende anche estremamente selettiva su cosa scegliere per festeggiare i cinque minuti di pausa. Ho eliminati i solitari. Se perdi è frustrante, se vinci anche perché ti chiedi come tu possa aver sprecato il tuo tempo in maniera così insulsa.

La scelta quindi è sui video di YouTube cercando però qualcosa che mi dia un potente coinvolgimento emotivo,  e mi fornisca anche qualche buon elemento di comprensione del mondo.

Quello che guardo e riguardo spesso dal 1 agosto sono i video  dei 100 metri piani, l’oro di Marcell Jacobs, e la staffetta con l’oro di Marcell Jacobs, Filippo Tortu, Lorenzo Patta e Fausto Desalu. Un paio di volte li ho guardati in  italiano, apprezzando molto gli impagabili commentatori, che non rompono l’anima con elucubrazioni sociologiche e fanno il loro onesto lavoro di far capire quello che succede sullo schermo e di saltare sulla sedia di gioia quando i nostri vincono. La felicità in questo caso è rappresentata da una scarica di serotonina. La serotonina è il neurotrasmettitore che si mobilita nella affiliazione al gruppo. L’ affiliazione al gruppo è un sistema motivazionale innato estremamente potente che permette l’esistenza della società.  Il globalismo con il suo mito dell’eterno sradicato nega questo potente sistema motivazionale, che invece deve esistere pena il crollo della serotonina e la perdita del senso di identità. Se cade un aereo con degli italiani a bordo ci dispiace di più, se un italiano vince una gara siamo felici perché scarichiamo serotonina, come è giusto che sia, come è fisiologico che sia. La felicità è contagiosa e ringraziamo i commentatori italiani delle olimpiadi per la loro, che ci ha regalato un ulteriore picco di ottima serotonina di ottima qualità. Molto più divertente però è guardare i due video in inglese, mettendo l’attenzione anche sulle inquadrature. Alle olimpiadi si inquadrano i probabili vincitori. Questo è un errore. In primo luogo il probabile perdente a volte diventa l’ improbabile vincitore, in secondo luogo il vincitore lo si può sempre inquadrare dopo che ha vinto. Questo è proprio il senso delle olimpiadi. Le olimpiadi devono essere lealtà coraggio cavalleria. Le olimpiadi sono il poema epico dei nostri tempi sono la narrazione che serve a dare al popolo serotonina e dopamina, che vogliono dire coraggio. Lealtà e cavalleria si manifestano dando lo stesso numero di secondi di inquadratura a tutti i partecipanti, anche perché, ripeto, ed è questa la magnificenza di olimpiadi, a volte il probabile perdente diventa un improbabile vincitore con un picco di coraggio che lo spinge oltre i suoi limiti. Meglio usare il tempo prima della gara a inquadrare i probabili perdenti, perché anche loro rappresentano delle nazioni, che quindi devono avere il diritto di vedere i loro campioni. Nei 100 m piani Marcell Jacobs viene inquadrato l’unica volta, quando presentano gli atleti: lui sorride e ripete per due volte un gesto molto bello, punta l’indice verso la telecamera e poi si  porta la mano sul cuore. Vuoi dire: vi porta nel cuore, vi ho come nel mio cuore durante la corsa. Lo sta dicendo evidentemente ai suoi bambini, alla sua compagna, alla madre, ma un pochino lo dice anche a noi. Dopo questo minimo sindacale non viene inquadrato mai, nemmeno quando è l’unico che non cade nella trappola della falsa partenza dell’atleta britannico, grandissimo favorito. L’ eccesso di sicurezza può far perdere di lucidità ed è un peccato, perché in pochi istanti vengono buttati anni di sforzi. Qui un’inquadratura Jacobs se la sarebbe meritata, anche perché in questa maniera ha dimostrato di avere altre due delle caratteristiche necessarie per essere un campione: la lucidità e la calma. Quando vince, il commentatore inglese se ne esce con la strepitosa frase: questo esce da nessun luogo, che vuoi dire: questo non si sa chi sia, frase corretta se uno studente in gita scolastica finisce per sbaglio sulla pista ma non è proprio una frase cortesissima per un atleta. Evidentemente essendo stato considerata impossibile la vittoria italiana, nessuno ha fornito al commentatore  tre righe di biografia, mentre Marcell Jacobs si cerca una bandiera perché nessuno si è preso il disturbo di mettere un improbabile tricolore all’arrivo.

Molto più divertente vedere il video della staffetta dei 100 m in inglese: vale anche la pena di leggere gli strepitosi commenti  su you tube. All’inizio non vengono mai inquadrati i perdenti  certi: Ghana, Giappone, Italia, contravvenendo quindi a quello che dovrebbe essere lo spirito olimpico. In più l’Italia include nel suo team il campione olimpico dei 100 m. Questo deve essere stato considerato un particolare secondario e di mero significato folcloristico, che non ha guadagnato al team italiano né un’inquadratura né una menzione. I quattro fanno una gara perfetta nell’indifferenza del cronista che si accorge di loro negli ultimi 30 m, quando Filippo Tortu, superando i limiti con uno scatto spettacolare batte l’atleta britannico per un soffio. Molto seccato per la sconfitta dei favoriti britannici, e questo è comprensibile, definisce i cambi perfetti “ a limite dell’illegalità”, e questo è bruttino.  Questi due video sono straordinari perché ci ricordano l’antica storia dell’ultimo che diventa primo e che chi non era considerato favorito può vincere, ma sono anche importanti perché dimostrano come in realtà, purtroppo, il coraggio e la cavalleria sono stati persi. Occorrerebbe spiegare a tutti campioni, a quelli olimpici in particolare, ma anche ai calciatori che buttano la medaglia d’argento,  che è obbligatorio sorridere anche se non si arriva primi. Non arrivare primi vuol dire perdere sponsor e denaro, certo, ma è un’assoluta negazione di lealtà, coraggio e cavalleria fare il broncio. Le facce ingrugnite dei secondi e dei terzi sono insopportabili. Affiancate agli allenatori degli attori che insegnino a sorridere a coloro che non hanno la generosità di farlo spontaneamente, perché, al contrario, questo è proprio uno dei doveri degli atleti: lo devono alla nazione che li sta guardando. Sorridere e dire siamo arrivati secondi o terzi o oppure abbiamo  perso, ma è stato bello e domani cercheremo di vincere di nuovo. L’atleta deve donare lealtà coraggio cavalleria, lealtà, coraggio e cavalleria grazie quali a volte anche olimpiadi gli ultimi diventano primi. Se siete stanchi, se siete sfiduciati perdete cinque minuti per andare su YouTube e guardare questi uomini vestiti in azzurro che corrono più veloci del vento. È una maniera veloce per ritrovare lealtà, coraggio e cavalleria. E allegria!

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