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Galilei per farsi bello calunniò la scienza aristotelica

francesco lamendola Sep 21, 2022

di Francesco Lamendola

È opinione universalmente diffusa che la scienza moderna, ossia la vera ricerca e conoscenza scientifica, nasca nel XVII secolo, preannunciata e teorizzata da Francis Bacon, enunciata da Cartesio sul piano filosofico e da Galilei sul piano propriamente scientifico, infine portata a perfezione e pressoché conclusa, con caratteri di definitiva certezza, da Newton; e che prima di essa non vi fossero stati che dei tentativi embrionali, slegati, viziati da un atteggiamento di fondo sostanzialmente non scientifico, o addirittura antiscientifico. Dai greci in poi e fino a tutto il Rinascimento, la ricerca scientifica era stata dominata dalla filosofia aristotelica, di cui era considerata una branca, e perciò, implicitamente o esplicitamente, subordinata alla metafisica (la filosofia seconda rispetto alla filosofia prima, cioè la scienza dell’essere in quanto essere): pertanto la svalutazione totale del sapere scientifico pre-moderno, specie di quello medievale, non è stata che un effetto collaterale della denigrazione intenzionale e sistematica della metafisica, e in particolare della metafisica tomista, che agli occhi della cultura sviluppatasi dopo il 1600 portava la “colpa” di aver attualizzato la filosofia di Aristotele in chiave cristiana.

Ma quando, come e perché ha avuto inizio tale denigrazione, e ad opera di chi? Noi tutti infatti ci siamo trovati immersi, anche guardando indietro, fin dove arriva la memoria e oltre, in un siffatto clima: un clima nel quale dire “aristotelico” è quasi un insulto, quanto meno se si sta parlando di scienza; uno di quegli stati di fatto che si accettando senza discute come si accettano il clima o il proprio albero genealogico, perché la realtà delle cose è quella e sarebbe inimmaginabile, nonché assurdo, metterla in discussione. Chi non ha presente la magra figura che fanno gli astronomi aristotelici, oppositori del più illustre campione della nascente scienza moderna, nella celebre opera teatrale Vita di Galileo di Bertolt Brecht, la cui composizione fu iniziata nel 1938, ma che venne rappresentata la prima volta nel 1943 ed è divenuta una piéce di culto per tutti i progressisti negli anni della Guerra Fredda, anche perché qualcuno volle vedervi un riflesso della situazione in cui si trovavano gli scienziati dell’era atomica? Opera nella quale la svalutazione radicale della scienza aristotelica va di pari passo, come è ovvio, con quella della funzione culturale, per meglio dire anti-culturale, svolta dalla Chiesa cattolica fino a quando questa è stata arbitra – e despota- delle coscienze e delle intelligenze. E chi, dopo aver letto il romanzo di Umberto Eco Il nome della rosa, pubblicato nel 1980, la cui risonanza è stata ulteriormente amplificata dalla trasposizione cinematografica di Jean-Jacquas Annaud del 1986, e la cui storia è ambientata non nell’Italia del 1600, ma in quella del 1300, non ha visto la piena conferma di tutti i giudizi e i pregiudizi anticattolici, antimedievali, antiscolastici e antiaristotelici che la scuola, la stampa, il cinema e la televisione spargono da sempre a piene mani? Chi oserebbe andare contro un fiume in piena di tale portata e obiettare qualcosa in contrario, dopo che Brecht, Eco, Annaud e Dario Fo ci hanno consegnato una simile immagine del passato?

Sorge perciò la domanda su quando, esattamente, è nata questa immagine della scienza pre-moderna: immagine che non ha nulla di obiettivo e che passa bellamente sotto silenzio, per pura faziosità ideologica – e, a partire da un certo punto, per mera pigrizia intellettuale, in quanto è più facile ripetere i luoghi comuni di un giudizio ormai consolidato, che esaminarli da un punto di vista critico - le notevoli acquisizioni, sia teoriche che pratiche, conseguite dagli scienziati di formazione scolastica e aristotelica nel corso dei secoli dell’Età di mezzo. La risposta non può essere che una: sono stati precisamente i “nuovi” scienziati, ossia quelli d’indirizzo polemico verso la tradizione, e perciò visceralmente antiaristotelici, a creare un siffatto cliché negativo, per la più banale e scontata delle ragioni: far meglio risaltare se stessi, la propria opera e la propria concezione epistemologica. E il primo artefice di tale denigrazione intenzionale fu appunto Galilei, che ambiva a porsi quale banditore e massimo esponente della scienza nuova.

Citiamo dal libro di Edward Grant (1926-2000), storico della filosofia americano, che fu docente presso l’Università dell’Indiana, Le origini medievali della scienza moderna. Il contesto religioso, istituzionale e intellettuale (titolo originale: The Foundations of Modern Science in the Middle Ages. Their Religious, Institutional, and Intellectual Contexts, Cambridgwe University Press, 1996; traduzione di Aldo Serafini, Torino, Einaudi, 2001, pp. 302-304):

Nonostante i notevoli risultati di cui abbiamo parlato in questo libro, il periodo medievale nell’Europa occidentale è stato molto sottovalutato, e persino calunniato, quasi che il destino lo avesse scelto come capro espiatorio della storia. Almeno due fatti di grande rilievo, avvenuti nel corso del secolo XVII, furono responsabili di questo stato di cose: lo sviluppo stesso della Rivoluzione scientifica e la condanna di Galileo ad opera della Chiesa,cattolica nel 1633. La lunga lotta, condotta nel secolo XVII, per ripudiare la filosofia naturale aristotelica finì col far apparire quest’ultima come monolitica, rigida, priva d’immaginazione e totalmente inadeguata. I suoi sostenitori venivano presentati come individui ottusi e privi di ogni sensibilità, come persone che «spaccavano il capello in quattro», come «parolai» nemici del progresso. L’immagine del filosofo naturale aristotelico e dello scolastico fu quella del vecchio rudere, difensore dell’immobilismo.

Chi dette il maggior contributo alla formazione di questa immagine fu Galileo, il quale, nel suo famoso “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” (1632), offrì un ritratto indimenticabile dell’inettitudine e della testardaggine degli scolastici. Egli creò la figura di Simplicio, un personaggio di fantasia a cui dette il nome del noto commentatore greco delle opere di Aristotele, vissuto nel secolo VI. Benché molti aristotelici accettassero il telescopio come valido strumento scientifico, Simplicio dichiara di non aver «sin qui prestato molta fede all’occhiale nuovamente introdotto, anzi, seguendo le pedate degli altri filosofi peripatetici miei consorti, ho creduto esser fallacie de i cristalli, quelle che atri hanno ammirate per operazioni stupende». Galileo sottolinea anche la dipendenza servile di Simplicio nei confronti di Aristotele. Per negare che la Terra sia un pianeta orbitante Simplicio si appella ad Aristotele, il quale – spiega Simplicio – mosse obiezioni molto serie, e non risolte, al moto di rivoluzione terrestre: «E poiché ei promosse la difficultà e non la risolvette, è forza che ella sia, se non d’impossibile, almeno di difficile scioglimento». Col suo genio letterario e artistico, Galileo una potente caricatura che fu estesa a tutti i filosofi naturali aristotelici: non solo a quelli del secolo XVII, ma – retroattivamente – anche a quelli vissuti nel Medioevo.

La devastante critica galileiana fu rafforzata da altri autori. Verso la fine del secolo XVII, il grande filosofo inglese John Locke, che aveva studiato la filosofia medievale aristotelica all’Università di Oxford, definì lo scolasticismo poco più che una vana ginnastica mentale. Nel suo “Saggio sull’intelletto umano” (1690), libro III, cap. 9, Locke definì «gli uomini delle Scuole» e i metafisici «i grandi maestri di Zecca», coniatori di parole vuote. Quella che essi volevano spacciare per “sottigliezza” e acutezza non era «altro che un buon espediente per coprire la loro ignoranza con una curiosa e inesplicabile rete di parole ambigue». Con una serie di “termini inintelligibili”, essi cercavano di «procurarsi l’ammirazione degli altri». Locke parlava a nome della maggior parte degli scienziati e dei filosofi non scolastici del suo secolo.

Queste dure critiche presentavano i filosofi naturali aristotelici come uomini sciocchi, inetti e risibili. Quale contributo essi avrebbero potuto dare alla nuova scienza? Nessuno, secondo i loro critici: la vera scienza poteva nascere solo dal totale rifiuto della filosofia naturale aristotelica e delle opere dei suoi difensori. Poiché l’aristotelismo del secolo XVII non veniva distinto da essa, lo scolasticismo medievale era considerato semplicemente una prima versione della stessa concezione generale. In questo modo, tutto lo scolasticismo - dai suoi inizi nel XIII secolo alla sua effettiva conclusione negli ultimi anni del XVII secolo – fu colpito dalla stessa condanna.

La condanna inflitta a Galileo nel 1633 per aver sostenuto il sistema eliocentrico copernicano aggravò enormemente la situazione, perché la Chiesa apparve come l’istituzione che voleva difendere e mantenere in vita l’aristotelismo con mezzi coercitivi. La filosofia naturale aristotelica fu vista, in tutta la sua storia, come la creatura di una Chiesa pronta a sterminare ogni idea scientifica che le fosse sembrata potenzialmente pericolosa. In questo modo, si venne a perpetuare un’idea completamente falsa della filosofia naturale del Medioevo, e i risultati – contestuali e sostanziali conseguiti nel campo della filosofia naturale durante l’Età media (che ho cercato di descrivere in questo volume) sono stati ignorati da quegli storici i quali hanno giudicato il tardo Medioevo con lo stesso atteggiamento mentale che emerse nel secolo XVII, quando la nuova scienza stava lottando per rovesciare la concezione del mondo aristotelica.

Ora, è cosa ”normale”, e vecchia quanto il mondo, che i progressisti siano del tutto incapaci di assumere un atteggiamento non diciamo equanime, ma anche solo intellettualmente onesto, nei confronti della tradizione: se lo facessero, verrebbero a ridimensionare, sia pure implicitamente, non soltanto le loro pretese di novità e originalità, ma, quel che più conta, e ciò che minerebbe alla base la loro posizione, a revocare in dubbio la loro ragione d’essere, il carattere di necessità storica di quanto essi hanno fatto, di quanto rappresentano, del ruolo che intendono ritagliarsi a ogni costo nei confronti dell’avvenire. Se, poniamo, i fautori di una svolta in campo scientifico – ché tale potrebbe essere chiamata, tutt’al più, quella del XVII secolo, e non certo, come essi invece pretendono, e pretesero fin dall’inizio, una rivoluzione – avessero riconosciuto che non vi erano serie ragioni per gettar via tutto ciò che era stato fatto dagli scienziati fino a quel momento, né per trattare da ruderi inutili i loro colleghi contemporanei che seguitavano ad ispirarsi alla vecchia scuola; riconoscendo, anzi, con lealtà, che essi avevano ancora molto da fare e anche da insegnare, e quindi che loro stessi avevano qualcosa da imparare, avrebbero sminuito se stessi: se è vero che il progressista non è semplicemente colui che crede nel progresso e si spende per esso, ma colui che assolutizza il progresso e si pone perciò in antitesi radicale con tutto ciò che in qualunque modo, e a qualsiasi titolo, ricordi il passato. È sempre così e lo si è visto cento volte, non solo nell’ambito politico o in quello scientifico, ma perfino in ambiti che parrebbero, per loro natura, estranei alla dialettica tradizione/progresso, ad esempio nelle varie forme di espressione artistica. I pittori impressionisti dovevano denigrare e ridicolizzare la generazione dei pittori precedenti, perché solo così avrebbero potuto risplendere e occupare l’intero proscenio, ciò cui ambivano; e Pier Paolo Pasolini non poteva che gettare sferzanti giudizi su Pietro Zorutti e gli zoruttiani nel momento in cui si accingeva a “creare” una nuova poesia in lingua friulana, fra l’altro giustapponendo i suoi schemi letterari e ideologici di sofisticato poeta moderno a una lingua antica, popolare, rurale, non moderna e semmai antimoderna per la sua intima natura, in quanto mezzo espressivo di una gente strettamente legata a tutto ciò che è tradizione.

Nel caso degli scienziati e dei filosofi del XVII secolo, c’erano poi delle ragioni ancor più cogenti, e ancor meno confessabili, per adottare una simile linea verso la scienza di matrice aristotelica, vale a dire negandole un confronto ad armi pari, ma passando subito alla denigrazione e alla risata di scherno nei loro confronti, cioè presentando i suoi seguaci come immeritevoli di una discussione e di una critica seria, come fece appunto Galilei nel suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo prendendo a bersaglio il personaggio di Simplicio. Il quale, a giudizio di alcuni, allora e poi, non era un personaggio di pura invenzione, ma in realtà tratteggiava il profilo del papa Urbano VIII, Maffeo Barberini, uomo assai colto nonché patrono di artisti e scienziati, che però aveva la “colpa” di non accettare come verità certa e definitiva il modello cosmologico copernicano in assenza di qualunque prova. Ora, perché affannarsi a portare delle prove, come un vero scienziato dovrebbe sempre fare - e l’unica prova portata da Galilei a sostegno del modello copernicano erano le maree, che invece non c’entrano per nulla con il moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole – quando è tanto più facile mettere in ridicolo, gli oppositori legati alla tradizione, togliendo così loro ogni autorevolezza e credibilità?

Immaginiamo cosa sarebbe accaduto. I novatori avrebbero dovuto prendere d’assalto, una ad una, le posizioni-chiave dei tradizionalisti, ossia degli aristotelici, cosa lunga e non facile, perché non ne avevano i mezzi. Dunque, meglio rovesciare il tavolo e superare la prova negandosi al confronto con interlocutori così trogloditi, da rifiutarsi (ma è poi vero?) di guardare nelle lenti del telescopio…

 

 

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