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La paura di questi tempi

paura Nov 16, 2021

Nei mesi terribili della così detta pandemia ho trovato nella lettura conforto e rimedio ai mutamenti della vita sociale e professionale. Difficilmente avrei avuto altrimenti l’estro di andare a ripescare Tacito dallo scaffale, forse in un accesso di nostalgia favorito dalle circostanze.

È così che a un certo punto mi sono imbattuto in questa icastica frase : “nihil in vulgo modicum; terrere , ni paveant; ubi pertimuerint, impune contemni”. Nessun senso di misura vi è nella folla, se non ha paura fa paura, se invece è atterrita, si può con disprezzo affrontarla senza pericolo. (Annali, libro I, 29 -trad. Bianca Ceva-Rizzoli)

Era il periodo ( del resto lo è ancora) che si vedevano persone sole in auto mascherate, oppure in strade deserte, bene attente a cambiare direzione ove si vedesse in lontananza avvicinarsi essere umano. E ne ero sbigottito. La riflessione di Tacito ricongiunge in un baleno duemila anni di storia degli uomini. Sempre uguali gli uomini, sempre la stessa la storia, sempre medesimo il potere.

Il potere si esercita attraverso la paura. Quello che nel tempo può cambiare è il modo attraverso il quale essa viene alimentata. In questo momento le guerre aperte, come tradizionalmente intese, sembrerebbero poco praticabili, almeno fino ad oggi e nella parte di mondo che siamo soliti definire occidente. Ma non si sa mai. Invece i progressi della tecnica consentono il perpetrare del terrore in molti modi. Uno è la possibilità di manipolazione delle menti, sconosciuta fino a poche generazioni fa.

Viene in mente l’innocente scherzo di Orson Welles che nel 1938, attraverso la radio, fece credere a qualche milione di americani che era in corso un invasione di marziani. Le reazioni di terrore che la trasmissione provocò sono in genere derubricate come fake news. Ma un po’ di scompiglio è accertato che ci fu. Si tratta in ogni caso di un ottimo esempio, esperimento antesignano delle possibilità di mistificazione offerte dai moderni mezzi di informazione.

È paradossale che siano proprio la scienza e la tecnica a indurre paura, laddove essa, secondo alcuni, sarebbe subentrata alla filosofia, in particolare alla metafisica, e successivamente al cristianesimo, quale rimedio alla paura dell’ignoto e, sostanzialmente, della morte. Secondo il filosofo Emanuele Severino, dopo la filosofia, “al culmine della storia dell’occidente, l’altro grande strumento-l’altro grande rimedio contro il terrore- è l’organizzazione scientifico tecnologica dell’esperienza” ( La filosofia contemporanea, Rizzoli).

Tuttavia lo stesso filosofo bresciano ammette che “la trascendenza e la consapevolezza che ogni limite è provvisorio appartengono all’essenza dell’apparato scientifico tecnologico, perché esso è volontà di accrescere indefinitamente la propria potenza, cioè di portarsi sempre oltre lo stato di volta in volta raggiunto. La disumanità, l’aridità e l’ottusità della tecnica sono un pericolo del presente, non del futuro paradiso scientifico, riguardano cioè una fase storica in cui certi gruppi umani possono sopravvivere e mantenere i loro privilegi a scapito di altri gruppi”. ( Op.cit.)

Ora, senza entrare nel merito della possibilità di un futuro “paradiso scientifico”, al quale con molte buone ragioni non credo, restiamo a questa fase storica, appunto quella della disumanità, aridità e ottusità della tecnica.

Si pensi a quanto accade di questi tempi: da una parte i mezzi di comunicazione di massa , utilizzando tutti gli strumenti della persuasione occulta, dagli esperimenti di Ivan Pavlov ad oggi giunti al grado massimo di efficienza, convincono tutti i popoli del mondo di essere in imminente pericolo di estinzione a causa di una malattia letale contagiosissima. Dall’altra è sempre la scienza che fornisce l’antidoto sotto forma di medicamento salvifico.

E così si è accettato per fede, la stessa fede con la quale in passato ci si sarebbe rivolti al Padre Eterno, un siero sperimentale del quale nessuna istituzione, pubblica o privata, si è presa fino ad oggi, se non a parole, la responsabilità di garantire l’efficacia e la sicurezza. Eppure, nonostante la nuova religione dello scientismo, continuiamo ad essere immersi nella paura.

Si potrebbe dire anzi che l’organizzazione scientifico tecnologica della società è perfettamente funzionale allo scopo di alimentare l’angoscia senza soluzione di continuità. Perchè la scienza è, per sua natura, rinuncia alla Verità. Ma senza Verità o ci si rifugia nel mero istinto di sopravvivenza, e la vita diventa nuda vita, per usare l’espressione felice di Giorgio Agamben, o l’esistenza diviene impossibile e, scrive Ernst Junger, “non ha senso perciò che il battito cardiaco, la circolazione, la secrezione dei reni continuino, come è privo di senso il ticchettio di un orologio su un cadavere”.

La mancanza di senso genera paura. Un’invasione di esseri alieni sulla terra ( recentemente sono tornati a parlarne prominenti politici d’oltreoceano) non ha senso e genera paura. Cambiamenti catastrofici dell’orbe terracqueo ( gli “scienziati” ce ne avvertivano già nella seconda metà del secolo scorso. Si trattava dapprima di glaciazioni, poi di riscaldamento, adesso di mutamenti generici del clima) non hanno senso e generano paura. Una epidemia in grado di sterminare tutti gli uomini della terra non ha senso e genera paura.

Quelle che ho elencato sono paure cosmiche, dalle quali l’uomo di fede, il cristiano, anche il laico che mantiene interesse alla ricerca del fondamento del mondo, sono in qualche misura protetti. Ma il permanere dell’angoscia, la volontà di destabilizzazione, la perdita di senso, viene favorita anche in modi meno eclatanti, però alla lunga più corrosivi, come la goccia d’acqua che scava la roccia.

Per esempio nella destrutturazione del linguaggio, attraverso la martellante ripetizione delle parole, perché se ne sfumi il significato: democrazia, riforme. Oppure il loro uso per esprimere il contrario del significato originario: privacy, missione di pace. O nel conio di neologismi per affermare l’ideologia dominante: transizione ecologica. L’ultima è la grottesca espressione, in inglese per certificare il nostro stato di soggezione, green pass.

Finanche nella destituzione della sintassi quale fondamento di una ragionevole comunicazione. E mi chiedo che effetto avranno sull’evolversi della lingua social, chat e altre meraviglie della post modernità.

Nello scardinamento delle leggi stesse della logica, del quale abbiamo visto innumerevoli prove nel susseguirsi delle paradossali, incongrue regole di salute pubblica. O nei numeri della pandemia pubblicati sui giornali, giorno dopo giorno incomprensibili e contradditori. Come fosse in atto un tentativo globale di convincere l’umanità che due più due non fa quattro. “A volte fa cinque, a volte tre. A volte fa cinque quattro e tre contemporaneamente. Devi sforzarti di più. Non è facile diventare sani di mente” viene spiegato a Winston, il protagonista del celebre racconto di Orwell, 1984.

Nel sovvertimento delle leggi elementari della natura, come affermare il diritto a voler essere maschi se si è femmine e viceversa, o la pretesa di due maschi o due femmine a voler “avere” un figlio. Nella cancellazione della storia, quale ragione di quello che siamo, della nostra cultura, delle nostre tradizioni e delle nostre relazioni con gli altri. E si potrebbe continuare a lungo.

Ebbene, un mondo così costruito prepara l’incomunicabilità, la solitudine, la schiavitù. Essere consapevoli di questi meccanismi non rende immuni dalla paura. Anzi. Il vedere l’immensa forza del Leviatano all’opera è spaventoso. Sapere che la sua forza si manifesta quasi automaticamente, con la stessa ineluttabilità con la quale una valanga si ingrossa e precipita a valle, sgomenta. Rendersi conto che tutto quanto avviene, avviene forse per meccanica necessità, vedere i figuranti formalmente responsabili agire come replicanti, rende passivi e avvilisce.

Le cose procedono in fine velocior. Per quanto potessimo averlo presagito per sensibilità o previsto razionalmente, adesso che lo scenario si sdipana davanti ai nostri occhi, non si sa se prevalga il senso di sgomento o lo stupore. Non si sa, letteralmente, che fare. Solo avere coraggio. Ed è per farmi coraggio che ho scritto queste righe.

fonte: https://www.ricognizioni.it/la-paura-di-questi-tempi/

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