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VIDEO. La letteratura ci fa odiare la vita? di Emanuele Gavi

emanuele gavi letteratura scuola Sep 13, 2021
 
Egregio Direttore,
 
abbiamo capito che la letteratura ci spinge a riflettere sui grandi temi dell’esistenza, e ci aiuta a smascherare le bugie che ci propinano tutti i giorni i potenti e i padroni dei mass media. Però c’è un però. La letteratura è stata infettata, secoli or sono, da un virus pericolosissimo: il nichilismo.
 
In soldoni il nichilismo è l’idea che la vita non abbia senso, che equivalga a un nulla (il termine “nichilismo” deriva appunto dal latino nihil, cioè “niente, nulla”). Pressoché tutti i testi che si studiano a scuola l’ultimo anno delle superiori predicano questo concetto: la vita fa schifo. Proviamo a lanciarci in una piccola carrellata di autori.
 
Nel sonetto Alla sera, Foscolo scrive: “Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme/che vanno al nulla eterno”. Il poeta dice che la sera gli fa pensare alla morte, che definisce “nulla eterno”: per il materialista Foscolo non esiste un aldilà, non esiste Dio. Dopo la morte il nulla, il niente. La vita, potremmo dire, è un viaggio che ci porterà a sbattere contro un muro.
 
Il passaggio successivo è pensare che il nulla non ci attende solo dopo la morte, ma domina la nostra esistenza anche prima di morire. È la lezione del nichilista Leopardi: grandissimo poeta, pessimo maestro. L’io poetico del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia riconosce: “A me la vita è male”. La vita è un male, punto. Dal che la tragica conseguenza che chiude la lirica: “è funesto a chi nasce il dì natale”. Il giorno della nostra nascita è funesto, è come se fosse il giorno della nostra condanna a morte. A questo punto meglio non essere nati. Un messaggio terribile, specialmente se pensiamo che viene dato in pasto ai giovani, a chi muove i suoi primi passi nel mondo, con i suoi sogni ma anche con il suo carico di dubbi e ansietà.
 
Ma non è finita. Prendiamo il poeta vate dell’Italia unita, Carducci. Nella celebre lirica Pianto antico, rivolgendosi al figlioletto Dante, morto bambino, Carducci scrive: “tu de l’inutil vita/estremo unico fior”. Il figlio era per lui l’unico e l’ultimo fiore di una vita inutile, il solo barlume di speranza che ancora illuminava i suoi passi. Dunque per Carducci la vita è inutile.
 
Di Verga abbiamo già parlato: Rosso Malpelo è la storia di un ragazzino che vive sottoterra, in compagnia dei morti, che fa una vita da morto, e quindi capisce che l’unica possibilità che gli resta è quella di accorciare i tempi e andare incontro alla fine. Se ne rende conto contemplando la carcassa dell’asino grigio (“Ma se non fosse mai nato sarebbe stato meglio”, commenta) e assistendo agli ultimi giorni di vita del compagno Ranocchio (“È meglio che tu crepi presto! Se devi soffrire a quel modo, è meglio che tu crepi!”).
 
Dopo Verga incontriamo Svevo: nella Coscienza di Zeno leggiamo che “la vita somiglia un poco alla malattia […] A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale”. Dunque la vita è una forma di malattia, e l’unica salute possibile si può raggiungere con un annientamento totale del mondo: “Forse attraverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute […] Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”. Con Svevo il nichilismo abbraccia l’intero pianeta: tanto vale che venga l’apocalisse. Qui si attende non solo la propria fine, ma la fine del mondo.
 
Né le cose vanno meglio con Pirandello, autore di una novella agghiacciante intitolata La trappola, in cui l’io narrante afferma, con uno dei paradossi cari all’autore, che quella che chiamiamo vita in realtà è una forma di morte, perché ci sottrae alla vita vera, che è invece il flusso continuo e inconsapevole dell’esistenza del mondo, da cui la nascita ci separa per fissarci in una forma precisa: “Noi tutti siamo esseri presi in trappola, staccati dal flusso che non s’arresta mai, e fissati per la morte […] Abbiamo finito di morire. E questo abbiamo chiamato vita!” La vita è morte. Siamo tutti degli zombi, dei morti viventi, e quando concepiamo dei figli lo facciamo per il desiderio di avere attorno “altri piccoli morti, teneri teneri”: “Ci accoppiamo, un morto e una morta, e crediamo di dar la vita, e diamo la morte… Un altro essere in trappola!”
 
E poi ci stupiamo che gli italiani non facciano figli! Per chi vive immerso in questa cultura di morte, in questo nichilismo senza scampo, che il testo di Pirandello ha il pregio di mostrarci con grande evidenza e crudezza, avere dei figli è davvero l’ultimo dei desideri. Come si fa a pensare di trasmettere la vita, se si è convinti che la vita sia un male, una malattia, la morte stessa? Lo ribadisce Montale, riprendendo Leopardi: “Spesso il male di vivere ho incontrato”: la vita è un male. Ne sembrano tutti convinti, i grandi della nostra letteratura.
 
Ma la malattia del nichilismo non ha colpito solamente gli autori italiani. Tra gli stranieri facciamo l’esempio di Ernest Hemingway. Per spiegare le sue opere di solito si ricorre alla categoria del vitalismo. A ben vedere, però, il vitalismo dello scrittore americano è l’altra faccia del suo nichilismo, è un tentativo di sconfiggere il nichilismo. In uno dei Quarantanove racconti, intitolato Un posto pulito, illuminato bene, Hemingway fa una sorta di parodia blasfema del Padre nostro e dell’Ave Maria, dedicandoli al nada (“nulla” in spagnolo): “Di che cosa aveva paura? Non era né paura né timore. Era un niente che conosceva troppo bene. Era tutto un niente, e anche un uomo era niente […] Alcuni ci vivevano e non lo avvertivano mai, ma lui sapeva che era tutto nada y pues nada y nada y pues nadaNada nostro che sei nel nadanada sia il nome tuo il regno tuo nada sia la tua volontà nada in nada come in nada. Dacci questo nada il nostro nada quotidiano e nadaci il nostro nada come noi nadiamo i nostri nada e non nadarci in nada ma liberaci dal nadapues nada. Ave niente pieno di niente, niente sia con te”.
 
Con Hemingway capiamo come, nella vita di chi ha rifiutato il cristianesimo, il posto della fede, rimasto vacante, venga occupato dal nichilismo: un vuoto riempito da un altro vuoto, per così dire. Dopo l’affermazione dell’ateismo voluta dagli illuministi, il nichilismo stende la sua ombra su gran parte della letteratura degli ultimi due secoli: è veramente il “Nulla” che tutto divora così come lo descrive Michael Ende nella Storia infinita, che possiamo leggere come un’impietosa radiografia della cultura occidentale. Oggi nichilista è divenuto quasi sinonimo di intellettuale: non è un caso che l’autobiografia di Woody Allen, uscita nel 2020, si intitoli A proposito di niente. Non è ironia, ma disprezzo.
 
Qual è il duplice rischio che corre allora uno studente di quinta superiore? Di fronte a questo fuoco di fila, a questa lunga serie di messaggi tutti riassumibili nella frase “la vita fa schifo”, un giovane potrebbe essere tentato di fare sua, magari inconsapevolmente, la lezione di tanti cattivi maestri. Potrebbe così cominciare a odiare la vita (se già non la odia). Le conseguenze sono facilmente immaginabili: si va dalla depressione alla droga, al suicidio. Non credo sia un caso che tanti scrittori si siano tolti la vita: si pensi allo stesso Hemingway.
 
Se invece il ragazzo di cui stiamo parlando continua ad amare la vita, è probabile che rischierà di odiare la letteratura, che lo tempesta di simili messaggi. O odierà la vita, o odierà la letteratura. La scommessa, allora, è quella di evitare entrambi i rischi. Come fare? Caro Direttore, lo vedremo nelle prossime puntate.
 
Cordiali saluti
 
Emanuele Gavi
 

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